Erbaviola.com – Grazia Cacciola

Eco cucito in casa mia… alla ricerca di spazio!

Elna Experience 620 eco cucito

Non so se si nota... ma cucio in cucina!

[Foto sopra: provvisoriamente cucio in cucina, si nota?]

Il cucito in generale ha molte finalità, dal modellare un abito sartoriale al passare la vita a comporre coperte con pezzettini minuscoli di stoffa come gli Amish. L’eco cucito invece ha finalità precise di riciclo, riuso e confezione di capi con stoffe sostenibili e quanto più possibile locali (usate, nuove, in fibre naturali o provenienti da plastica riciclata). In pratica, con l’eco cucito si tolgono così i tre fattori più pesanti della fast fashion: il trasporto intercontinentale, la bassa qualità e la schiavizzazione dei lavoratori del tessile nei paesi del Terzo Mondo, dove tutti questi colossi impiantano le loro produzioni. Anche un certo minimalismo, perché facendo da sé ci vuole un bel po’ per riempire un armadio – anche questo non è un aspetto da sottovalutare!

In pratica, chi fa una scelta ecologica, a tutela del pianeta, può scegliere tre vie per abiti, accessori e biancheria della casa: solo pochi acquisti consapevoli e sostenibili, i vestiti usati e il refashion, oppure l’eco cucito.

Perché preferisco l’eco cucito agli altri metodi sostenibili

Tutti e tre i metodi sono efficaci, non esiste un metodo migliore dell’altro e, anzi, spesso si prende un po’ dall’uno e un po’ dall’altro. Personalmente, sull’usato e il refashion (trasformazione di vestiti usati) trovo molti limiti quindi scelgo più spesso l’eco cucito o acquisti molto sostenibili. Il mio non è un blocco solo sul fatto che l’oggetto sia usato ma anche sul tempo. Ammiro chi trova tutto quello che gli serve nell’unico negozietto vintage sotto casa ma non conosco queste persone di cui faccio un gran leggere su Instagram. Persino un paio di proprietarie di questi negozi mi dicono che non hanno clienti che si vestono completamente da loro… e nemmeno per metà! Sebbene le tagghino su Instagram affermandolo. Misteri. 

Io ho pochi vestiti come raccontavo un po’ di tempo fa, ma oltre alla questione ecologica, devono piacermi, starmi bene e essere adatti a me. Probabilmente, per comprare abiti usati e rispettare questi punti, dovrei passare tutte le giornate a vagare tra tutti i negozi vintage della regione. Un po’ troppo impegnativo per me. Forse qualcuno con taglia da saldi (38-40) e meno esigenze estetiche può farcela. Tipo una modella rockabilly con molto carattere. 

L’acquisto sostenibile, invece, è una strada che ho cercato di percorrere per molto tempo, che saltuariamente percorro ancora, ma è spesso estenuante come quella degli abiti di seconda mano. Bisogna controllare il produttore, il materiale, scandagliare l’archivio di Altraeconomia, i quotidiani delle aree del tessile e la memoria esagerata della mia amica Greta che si ricorda anche di quando hanno beccato Tizio Stilista a fabbricare tutto in India mentre si vantava del Made in Italy dei suoi capi (ce ne sono parecchi purtroppo e non tutti abbiamo un’amica Greta!).

A volte trovo indicazioni come “Cucito a mano con amore in Italia“. Stanno per partire i cuoricini dalle pupille quando il cervello frena: ok, l’avete cucito in Italia. Dove? Perché anche in Italia ci sono delle fabbriche schiaviste con gente che vive lì giorno e notte. E poi la stoffa da dove viene? Come è tinta? Se non è possibile saperlo, occhio. Perché ormai nella fast fashion si vantano anche di darti l’etichetta compostabile, figurati quanto si vanterebbero se la stoffa fosse in fibre naturali o se avessero pagato il giusto agli operai! Troveremmo i vestiti ricoperti di etichette (compostabili) in cui ci raccontano quanto sono bravi e sostenibili – in genere proprio per nascondere l’aspetto insostenibile. 

[Foto sopra: o troppa luce o troppo poca… o azzurro mare!]

La mia soluzione per meno stress: l’eco cucito

Alla fine, a me vengono dei gran mal di testa e detesto perdere tutto questo tempo a rincorrere etichette che non dicono nulla. I produttori realmente sostenibili non fanno tutto quello di cui ho bisogno e, anzi, spesso lo fanno nella versione “figli dei fiori” e mi vogliono sempre vestire con il camicione in lino d’ordinanza. Non amo le divise, l’ho già detto. Così alla fine l’eco cucito è da molto la mia soluzione principale: impari a cucire una volta e ti dura per tutta la vita. Una macchina da cucire di base, magari usata come tutte le mie macchine da cucire, costa quanto una maglietta di H&M che ti dura due lavaggi. 

Con una macchina da cucire base, un po’ di filo e un paio di forbici, ci si può fare un guardaroba intero, accessori e tutto quel che serve in casa. In realtà si potrebbe fare anche cucendo a mano ma io non gradisco tempi così lunghi. Ho anche un lavoro e una vita, i vestiti che faccio vorrei metterli in questa di vita.

Come mi organizzo adesso per cucire i miei vestiti

Attualmente il mio spazio in casa dedicato al cucire è zero. Quindi, come la maggior parte di chi cuce in casa, quando arriva il momento di cucire, devo tirare fuori tutto, occupare il tavolo della cucina e poi mettere via di nuovo per poter cenare. Uno spasso, proprio. In questo momento ho due cassettiere e diversi contenitori nel ripostiglio. Da lì prendo quel che mi serve (poi devo sempre fare almeno tre giri per quello che ho dimenticato). Infilo tutto nel borsone rosso della macchina da cucire principale e trascino il mastodonte sul tavolo della cucina. 

Nel giro di dieci minuti la cucina assume questo aspetto inutilizzabile. Se arriva qualcuno devo difendere la cucina piazzandomi sulla porta e placcando chi cerchi di entrare. Ah vuoi il caffé? Stai lì che te lo porto io. No, non puoi venire in cucina a chiacchierare intanto che lo faccio. No, anche il giardino è chiuso, è chiuso tutto quello che passa per la cucina. No, niente spuntino, mi sbricioli sul lavoro. Dai, non si può cucire così.

In più il tavolo rotondo è proprio comodo per cucire, non so perché le sarte si ostinino a usare dei tavoli rettangolari. Con il tavolo rotondo, vicino a te non c’è spazio per nulla ma continui d’istinto ad appoggiare le cose di fianco sentendole cadere a terra. Dovunque metti gli spilli, ti dovrai alzare ogni due minuti per fare il giro del tavolo e prenderli. Lo tesso per le forbici. Se poi devo tagliare un telo rettangolare, con il tavolo tondo devo togliere tutto quello che c’è sopra, allargarlo fino ad arrivare dai vicini di fronte e nel vigneto dietro, poi forse posso avere una misura ovale sufficiente a contenere il rettangolo che devo tagliare.
Per non parlare poi dell’appoggio della macchina da cucire, ho lasciato il meglio per ultimo! Comunque io la metta, c’è un pezzo di tavolo che sporge e mi arriva nello stomaco. D’altra parte è anche lei un rettangolo in un cerchio, come il telo. “La geometria non è un reatoooo”.
Tutto questo, unito alla comodità della sedia La Marie progettata da Philippe Starck con una speciale formula autoadesiva per chiappe, efficace specialmente in estate, rende l’eco cucito qualcosa di parecchio godevole.
Non c’è da stupirsi che ultimamente, piuttosto che fare un orlo, cambio vestito. Sono rimasta con un solo paio di pantaloni. 

I grossi limiti del cucire sul tavolo della cucina

Non ne ho ancora dette abbastanza sull’utilizzare un tavolo in cucina per cucire? C’è anche il fattore luce. Grazie all’esposizione a sud, la peggiore per cucire, quando comincio c’è di solito una bellissima luce che entra dal giardino e mi acceca. I quadretti del tessuto scompaiono nel bianco abbagliante, vedi foto dimostrativa. Non ci si potrebbe vedere meglio e peggio. Tutto sovraesposto: gli aghi li infili benissimo, ma per seguire la linea di taglio su un piccolo quadretto vichy… lascia ogni speranza. 

Però non preoccupiamoci troppo, perché appena ho finito di tagliare…

… arriva la sera o la nuvola di Fantozzi. La foto è realistica.
Sono lì finalmente pronta alla parte migliore, quella in cui faccio andare il bolide della cucitura e niente, sono al buio. Buio buione.
Nel caso sopra, reale, ho passato un’ora ad aprire il tavolo, dividere e tagliare una tovaglia per trasformarla in tovagliette americane e tovaglioli. Una cosa micragnosissima perché il tessuto ha dei quadretti piccoli in grigio chiaro su bianco e vanno seguite le linee per non far venire il motivo storto rispetto al taglio.  Finita l’impresa, con ormai la schiena di un minatore di Birmingham, mi consolo pensando al divertimento che mi attende con la parte di cucitura. Perché sì, le macchine da cucire sono molto divertenti, a me piace un sacco il momento in cui lavoro con la macchina, il resto è solo fatica necessaria per arrivarci. 
Il tempo di rispostare tutto, chiudere il tavolo, ritraslocare la macchina e il resto della mercanzia sul tavolo. Mi reincollo al policarbonato della sedia e sono pronta. Nel frattempo però è diventato inspiegabilmente buio e mi sembra di essere Laura Ingalls che cuce sulla Singer di fine ottocento a lume di candela (per chi non lo sa, la vera Laura Ingalls è l’autrice de La casa nella prateria, il libro che ha ispirato la serie cult degli anni ’80. Era una scrittrice a cui piaceva cucire a macchina). 

Foto di Darling Arias on Unsplash 

Come ho organizzato l’eco cucito in altre case

L’eco cucito, con i problemi logistici che vi ho appena raccontato, ha avuto poco spazio da quando ci siamo trasferiti in Romagna. Potete notarlo anche nelle foto dalle mie tende a pacchetto tenute su con le mollette da bucato. Non le ho ancora finite perché solo l’idea di mettere gli occhielli per i meccanismi a pacchetto su tende da due metri e mezzo… sul tavolo ovale… Non ci posso pensare! 

Nonostante questo, non è stata la soluzione più rocambolesca che ho avuto negli anni. Un paio potrebbero essere utili a qualcuno che ha poco spazio. Una soluzione la potete vedere in una foto orrenda di un post di molti molti anni fa. Due cassettiere metalliche, un piano di recupero e la postazione improvvisata era pronta. Una volta finito, mettevo nello stesso posto il piano di lavoro (contro il muro di piatto), le due cassettiere davanti e la macchina sopra. Una porta che restava sempre aperta nascondeva l’insieme che comunque risultava … due cassettiere rosse con sopra una macchina da cucire. Niente di brutto o disordinato. Onestamente, era comodo. Ma avevo un grande tavolo rettangolare per il taglio lì vicino, una scrivania che veniva usata raramente. 

Un’altra soluzione che ho trovato funzionale era quella di una cassettiera grande di legno, a rotelle, con sopra la macchina da cucire. Trasportavo tutto fino al tavolo della sala che non serviva per i pasti di tutti i giorni. Con cassettiera più macchina avevo tutto il necessario pronto in due minuti ed era altrettanto veloce mettere via tutto. 

Il mio futuro laboratorio per eco cucito e altro

In questo periodo in cui ero in convalescenza e per la maggior parte del tempo ferma seduta o sdraiata, ho cercato una soluzione che risolvesse il disagio e mi desse un posto attrezzato e stabile per i miei lavori. Sì, non ho fatto indigestione di serie tv, anche se ho visto la nostra Marie Kondo in una serie in cui mi ha fatta rabbrividire, preparatevi, di questo vi parlo un’altra volta. 

Nel mio laboratorio, dicevo, deve entrarci non solo il cucito ma anche il restauro, la tappezzeria, tutto quello insomma che mi piace fare per me e per gli amici (come dicevo non autoproduco tutto ma solo quello che mi piace, barattando). Ho spostato la mia attenzione sull’ex garage. Gli ex proprietari l’avevano già trasformato in un locale con coibentazione, riscaldamento e serramento blindato, con approvazione del comune. Noi l’abbiamo fatto imbiancare come il resto della casa. Poi l’abbiamo trasformato nel deposito di qualunque cosa avanzasse dopo il trasloco o non sapessimo dove mettere. Noi quando vogliamo far casino, lo facciamo bene, con criterio. Qui lo vedete già nella forma in cui si può arrivare alla portafinestra, perché dopo il trasloco era pieno fino al soffitto e non si arrivava la fondo. Ho avuto degli incubi in cui la dottoressa Zasio mi chiedeva se dormivo lì in mezzo, con quella sua aria misto pietosa e schifata. 

Siccome ci sono avanzate anche due scrivanie, un carrello da cucina, un baule della bisnonna, qualche cassettiera spaiata… questi saranno la base del mio laboratorio. Per ora stiamo svuotando (regalando, vendendo, riciclando) e intanto io cerco idee su come organizzarlo al meglio per farne la mia postazione fissa per tutto. Il mio laboratorio. Il nome “craft room” preferisco lasciarlo alle americane, anche perché io non faccio i ritagli con i foglietti di carta di ottantamila colori. Ho finito l’asilo a cinque anni magna cum laude. Il mio concetto del cucito è che se non devo fare qualcosa di utile e necessario, vado in spiaggia o in giro per boschi, non mi interessa una stanza perfettamente arredata per uno stand di Abilmente.  

Foto di Annie Spratt on Unsplash

Le mie ispirazioni per uno spazio di eco cucito

Dove mi sono ispirata quindi? Ok, lo ammetto, le craft room e sewing room super eleganti delle americane le ho guardate anche io. Ve ne ho messa una sopra per farci venire tutti insieme l’invidia e il senso di inadeguatezza verso Barbie. In Italia costano come arredare l’intera casa. In più guardo solo le foto, non leggo perché mi deprime sentire di stanze super-attrezzate, di macchine da cucire da tremila euro per fare il poggiapentola quilting con centordicimila pezzettini microscopici di tessuto che hanno tagliato apposta da tessuti interi nuovi. Viviamo in mondi troppo distanti, perdonatemi amiche americane con le meravigliose Sewing room. Io mi sento già fortunatissima perché riesco a ricavare un laboratorio in un ex garage. 

Allora ho guardato a come si sono organizzate le persone reali, quelle che cuciono davvero, quelle che realizzano davvero abiti, accessori e cose utili in genere. Mi limito alle tre che mi hanno ispirata di più e sono vere miniere di idee sensate e di sfruttamento millimetrico dello spazio. 

Prima di tutte, Sara di Stoffe nel cassetto. La seguo da diverso tempo perché ha modi molto gentili. Non amo molto chi fa filmati urlando “Ciao amiche cucirine ciccineeee” e non ha nemmeno idea di cosa deve mostrare. La maggioranza purtroppo. C’è un’invasione di video di gente che spiega cose che non sa, filmandole sfocate con il cellulare. Sara invece è una di quelle che mi piacciono di più, perché spiega in modo ragionato, organizzato e tranquillo. Tra l’altro vi consiglio di cuore il suo corso base sulle macchine da cucire, che ha un costo piccolissimo per una quantità di contenuti. C’è sia in presenza nella zona di Rimini-Sant’Arcangelo che online. Io farò tra poco il suo nuovo corso online di cartamodelli per gonne. Lo sta preparando da molti mesi, ce l’ha anticipato sui social e son qui che scalpito all’idea di potermi fare finalmente i miei cartamodelli per il resto della vita, senza dipendere dall’acquisto continuo di roba tradotta con fantasia o pubblicata male! (Se interessa anche a voi, guardate da martedì 28 sul sito perché ha annunciato uno sconto per i primi giorni di iscrizione).
Comunque qui la volevo citare per un altro motivo e ho divagato sull’onda dell’entusiasmo per il nuovo corso. La cito perché il suo tour degli spazi in cui cuce mi ha dato l’idea di quanto si possa fare in uno spazio molto contenuto. E’ molto interessante l’idea di staccare la postazione in cui si cuce dal posto in cui si conservano stoffe e cartamodelli, che occupano sempre la maggioranza dello spazio. Le ha messe in due stanze diverse, più tante altre idee per organizzare i vari attrezzi.

Folgorazione poi con CreativaMente che ha trasformato una cabina armadio di soli due metri quadri in una perfetta stanza da cucito. Questa è magia! In questi due metri ci sono tante di quelle idee che ho dovuto prendere appunti. Inoltre, vedere che persone che cuciono così bene, a livelli alti, lavorano in spazi piccolissimi, è stato un incentivo notevole! Se mi avessero posto la domanda, avrei scommesso che lei era una di quelle con un’intera stanza dedicata al cucito. Il video della sua postazione di cucito nella cabina armadio.

Infine, una super esperta, Leimomi Oakes di The Dream Stress. Lei è neozelandese, storica della moda all’università e costumista teatrale, con uno spazio di lavoro piccolo. Riproduce antichi abiti per la tv e il teatro, inoltre crea dei cartamodelli di abiti antichi che si possono acquistare dal suo sito. Un mostro del cucito, insomma. Vi invito quindi a guardare le foto del suo piccolo spazio del cucito sul suo sito. E’ in inglese ma le immagini si capiscono ugualmente. Assomiglia molto al laboratorio delle costumiste, con mobili di recupero, stoffe accatastate ovunque e macchine da cucire vintage, solide, indistruttibili. Non ha quelle librerie ordinatissime con tutti i quadratini di stoffa in ordine cromatico, da postare su Instagram.

 

Foto di Maria Krasnova on Unsplash 

Le vostre ispirazioni per uno spazio di eco cucito?

Ho condiviso le mie ispirazioni per questo nuovo progetto. Condividerò passo a passo la trasformazione da “stanza rebelot” a laboratorio, ma intanto… chi di voi cuce come si è organizzata o organizzato?
Fatemi sapere le vostre idee e, se avete voglia, le foto di quello che avete fatto. Mandatele a grazia@erbaviola.com.

Mi piacerebbe fare un post condividendo le foto di spazi reali, non allestiti solo per il fotografo, perché credo che sarebbero di grande incentivo a chi vuole cominciare. Vedo che molti pensano invece che ci voglia un’attrezzatura esagerata e interi appartamenti. I racconti e le foto sarebbero interessanti anche per chi lo fa già… un grande scambio di idee e accorgimenti per renderci la vita più semplice e il mondo un po’ più libero dagli stracci sintetici made in Cina! Cosa ne dite?
Aspetto le vostre idee e realizzazioni!

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Credits: Le fotografie, dove non altrimenti indicato, sono di Erbaviola.com

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