L’IMPORTANZA DI CAMBIARE PROSPETTIVA

da GRAZIA CACCIOLA
lavorando in giardino
lavorando in giardino

Foto da cellulare di questa mattina di lavoro

Oggi torno a lavorare all’aperto per qualche ora, con un piccolo pensiero soddisfatto a quando lavoravo in uffici terribili, soprattutto in uno in cui era addirittura vietato aprire le finestre! Quel tipo di ambiente non mi piaceva, i classici uffici in cemento, arredati in plastica, con grandi finestre luminose ma sigillate e ricettacolo dei pulviscoli cittadini.

Sono arrivata qui desiderandolo molto, lavorandoci tanto, studiando parecchio e avendo ben chiaro l’obiettivo. Per me il successo non era passare da quadro a dirigente o passare dall’idiosincratico open space a all’ufficio singolo. Era invece trovare il modo di fare il mio lavoro senza riunioni inutili di ore, chiusa in una gabbia di cemento con orari fissi per entrare, mangiare, parlare, affrontando tempi di trasporto che sembravano brevi ma sommati facevano giorni di vita. Liberamente, me l’avessero chiesto, non avrei mai detto “Sì, desidero passare mille giorni della mia vita seduta in treno, in aereo e in coda ai chek-in”. Eppure era quello che stavo ottenendo, quello che dovevo fare inevitabilmente per andare a lavorare. Poi iniziava il lavoro. I mille giorni erano gratis.
Esagerata?
Prendiamo un lavoratore dipendente che fa una media di un’ora al giorno per andare e tornare dal lavoro, in città è considerato un fortunato. Sono cinque ore a settimana. Venti ore al mese. Duecentoquaranta ore all’anno. Ottomilaquattrocento in trentacinque anni di lavoro. Sono esattamente settecento giorni della propria vita, ovvero quasi due anni di vita impiegati solo per andare e tornare dal lavoro.
Per me il conto era un po’ più alto: c’erano anche i viaggi di lavoro e ci mettevo più di un’ora di pendolarismo al giorno per raggiungere il posto di lavoro. Avrei superato i due anni di vita in spostamenti e forse anche i tre.
Certo, ammortizzavo i tempi leggendo, ascoltando musica, studiando (quando possibile) o annoiandomi a morte nella guida a singhiozzo imposta da una grande città. Inutile dire che avrei letto più volentieri sul divano di casa, ascoltato più volentieri musica dal vivo o da un ottimo impianto, studiato sicuramente meglio alla mia scrivania e gradito maggiormente un giro in bicicletta o una passeggiata.

Rispetto chi si trova bene in contesti di questo tipo, se li rende felici è giusto che ci stiano. Ma io non potevo essere felice così e ho deciso di cambiare le cose.

Non ero proprio felice, nonostante soddisfazioni lavorative e avanzamenti. Mi accorgevo che anno dopo anno la creatività si atrofizzava, la capacità di pensiero laterale si spegneva, le intuizioni erano sempre meno e che l’ambiente circostante aveva un peso notevole sul mio umore e su tutto il resto della mia vita.
Ci sono persone abilissime nell’entrare in questi cubicoli di cemento, lavorare il giusto, staccare e vivere una vita serena senza pensarci fino al mattino dopo, senza farsi influenzare. Buon per loro, io non ci sono mai riuscita. Forse perché il mio lavoro – i miei lavori, plurale – dipendono molto dalla creatività, dall’intuizione, non sono solo analisi logico-matematiche. Dipendono anche dallo studio, ma come si fa a concentrarsi su qualcosa quando intorno a te cento persone parlano (soprattutto di cretinate!), i telefoni suonano, gente va e viene continuamente interrompendoti? Non ho livelli così alti di autodisciplina per trascendere certi ambienti disfunzionali.
E non cito una volta che mi sono trovata a lavorare in un open space sotto un soppalco, sul quale era posizionato nientemeno che il manager più complessato che abbia mai incontrato… infatti non a caso si era posizionato su un soppalco da cui dominava l’open space al di sotto. Avete mai sentito qualcosa di più patetico? Eppure è così.
A un certo punto il suo delirio di onnipotenza è arrivato a un punto tale che ha preteso che grafici, programmatori, copywriter ecc. compilassero un foglio giornaliero segnando ora per ora cosa avevano fatto (un’idea geniale da Fiat anni ’70 che è costata all’azienda un’ora al giorno in più da pagare per ogni dipendente affinché compilasse questa tabella inutile). Ho dovuto spiegare all’amministratore delegato che questi erano metodi da paleo-catena di montaggio e che i miei collaboratori, che prima si fermavano anche fino a tarda sera solo per portare a termine i progetti, con questa bella novità staccavano invece alle cinque e fino alle sei compilavano moduli! Intanto che gli parlavo però mi chiedevo: “ma veramente sto perdendo un’ora di tempo con un progetto in scadenza a spiegare all’amministratore delegato che il suo responsabile del personale pensa di coordinare gli operai di Mirafiori nel 1960?! Davvero bisogna ancora spiegare la differenza tra un grafico e un metalmeccanico?!” (lavori entrambi degnissimi, ma decisamente diversi, non si possono contare i minuti a un creativo!). Insomma, non ce la facevo più a sprecare tempo in nome dell’incompetenza altrui.
Mi ero stancata infine anche di passare serate su serate con i tomi da studiare. Faceva parte del mio lavoro, doveva rientrare nel mio orario di lavoro, non doveva invadere anche il privato, per quanta passione ci possa essere in quello che si fa.

Non è stato facile all’inizio, lo ammetto. Sorvolo sulla questione economica, ho anche venduto l’auto e una collezione, tanto per dire. Ma qui mi preme più parlare della considerazione sociale. Di quando passi da manager a “qualcosa a casa tua”. Qualcuno mi ha considerata una che non sapeva affrontare ritmi sostenuti, sebbene lo avessi sempre fatto fino al minuto precedente. Ho sentito mormorare “burned out“… e giuro che non ero arrivata in ufficio vestita da hippie spargendo fiori sul pavimento grigio-tristezza. Burned out sono le persone che lavorano così tanto, a ritmi così sostenuti che a un certo punto si giocano le connessioni neuronali. Si racconta di broker di WallStreet che si mettono a cantare a squarciagola, di avvocati che si denudano in tribunale. Non ho fatto nulla di tutto questo. A volte, purtroppo sempre più spesso, sono burned out persino coloro che hanno affrontato vent’anni di lavori precari e si ritrovano a cercarne ancora per sopravvivere, ma completamente sfiniti. Andrà sempre peggio.

Quando, ripetendo gli stessi schemi, non migliora la situazione, è necessario un cambio di prospettive. Quando si cambiano otto lavori e la situazione alla fine è sempre uguale, ci si ritrova sempre al punto di partenza solo un po’ più sfiniti di prima, allora bisogna cambiare prospettiva. Guardare le cose in modo diverso. Se sto scavando una buca nel posto sbagliato, sarà inutile continuare a scavare o scavarla ancora più profonda. Semmai dovrò muovermi verso un altro posto se voglio ottenere la buca nel posto giusto. Fila come ragionamento? Immagino di sì.
Come fare, però? Non ho soluzioni per tutti, posso solo condividere la mia esperienza.  Riassumendo, è questa. Bisogna credere nelle proprie idee, prima di tutto. Ignorare l’opinione di chi è negativo, di chi ti vuole ingabbiato per giustificare la sua permanenza sulla ruota del criceto, ignorare chi deve darti la sua opinione contraria a tutti i costi, specialmente se non richiesta. Ascoltare chi ha fatto qualcosa di simile, chi ha realizzato quello che sognava e ascoltare chi è capace di ascoltarti. Soprattutto non provare, ma fare.
Tutto qui? Sì, tutto qui. Ma è da leggere molto attentamente. Perché, come ha scritto Henry Ford, “sia che tu pensi di fallire o di avere successo in qualcosa, in entrambe i casi avrai ragione“.  [1]

Un giorno di tanti anni fa ho piazzato un piccolo tavolino da campeggio su un balcone, ci ho messo sopra il portatile, ho cominciato a lavorare lì tutte le volte che potevo. Anche se ero a Cesano Maderno, nell’orrenda periferia brianzola, anche se la vista era sulla strada. L’ho riempito di fiori e poi di verdure, non si parlava ancora di orto sul balcone. Ho messo delle piante tra me e quello che non mi piaceva. Ho iniziato ad autoprodurre quello che mi serviva, prima poco poi sempre di più. Non è stato facile, come sa chi segue questo blog, e  per questo non mi dilungo oltre. L’importante è credere fortemente e andare nella direzione dei propri sogni.
Oggi sto scrivendo dal giardino di una casetta in mezzo al bosco, sul meraviglioso appennino tosco-emiliano. [2]

 

Note

[1] “Whether you think you can, or you think you can’t, you’re right.” Henry Ford, Samuel Crowther, My Life and Work, BN Publishing, 2008

[2] Nonostante l’idillio del posto, ho al momento una quantità di lavoro da fare. Se non bastasse il lavoro, ci si è messo il rialzo repentino delle temperature, che qui di solito arriva a fine aprile, e che ci sta facendo correre a piantare, trapiantare, seminare, tutte attività che occupano altro tempo. Mi scuso quindi per la mancata partenza del ‘concorso‘ di cui si è parlato sulla mia pagina facebook settimana scorsa. Il lato positivo è che, partendo la prossima settimana, la data di termine andrà oltre la settimana di Pasqua e qualcuno magari potrà approfittare delle ferie per partecipare!

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25 Commenti

Knit-a-Zoo Marzo 21, 2014 - 2:37 pm

So come ti senti – io e maritino lavoriamo da casa, con le scrivanie una di fronte all’altra. “in simbiosi”, ci dicono gli amici. Vero. Usciamo il mattino per prendere il caffè al bar, facciamo la spesa al mercato rionale, prendiamo il sole sul terrazzo, tagliamo l’erba, andiamo in bici… e lavoriamo più di quanto facevamo in ufficio – meno ore, più rendimento. Sereni. Senza fretta. Senza code. Senza stress.
Anche se è stata difficile, è stata la cosa giusta.

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Erbaviola Marzo 21, 2014 - 8:20 pm

Immagino che anche a voi, quindi, le persone super-stressate che si vedono solo nel weekend e a volte per stare in stanze separate, chiedano “ma come fate a stare tutto il giorno insieme?” e “non fa male stare così appiccicati?” 😀

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Knit-a-Zoo Marzo 26, 2014 - 6:41 pm

haha non sai quante volte! “ma come fate”? “ma… SEMPRE assieme”? “ma non vuoi I TUOI SPAZI”? ma non esci mai da sola?
Ma noi stiamo bene così – almeno passo il mio tempo con chi amo e non con persone di cui non me ne frega niente in ufficio 😉

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Vale Marzo 21, 2014 - 2:41 pm

Dico solo invidia. In senso positivo, però.
Che mi fa venir voglia di tirarmi metaforicamente su le maniche (in questa casa fa ancora freddo) e pensare a una soluzione che possa andare per noi, per Ale, i gatti e me.

Il discorso sugli orari rigidamente definiti da un lavoro “tradizionale” mi fa tornare in mente quello che mi raccontava mio padre, macchinista ferroviere (ora in pensione: no, non gli manca il lavoro): che i macchinisti hanno orari anche per andare al bagno, se ti viene, ti viene, sennò niente, e se ti viene mentre stai sul treno, te la tieni. Ho pensato che fosse una cosa folle, e che mai avrei voluto vivere in quel modo.

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Erbaviola Marzo 21, 2014 - 8:29 pm

Voi avete piuttosto chiara la meta, quindi con buona probabilità ci arriverete. 🙂 Nella mia esperienza, non tutte le soluzioni sono state pensate all’origine. Anzi, in partenza abbiamo fatto anche altri lavori, aperto un’impresa, poi chiuso, poi lavorato con altri, poi deciso per due lavori diversi e uno comune in cui ci incrociamo. Una volta fermati i punti salienti (casa indipendente, discreta autosufficienza, lavoro in proprio ecc.) questi hanno assunto anche forme diverse negli anni, si sono evolute, migliorate ecc. Non avevo pianificato nel dettaglio quello che sto facendo oggi, ma ero certa che qualcosa avrei fatto e che quel qualcosa sarebbe stato gradevole e sufficiente per vivere. Penso che se fossi partita a pensare “oddio il lavoro, oddio il lavoro, oddio come faccio, oddio non ce la posso fare, oddio così non va per questo, così non va per quello, così non si può” alla fine sarei ancora dov’ero oppure farei qualche lavoro sottopagato, qui, ma alle dipendenze di qualcuno. Se la prospettiva maggiore di ragionamento sono i problemi, puoi essere certa che saranno gli unici a presentarsi 😉 E questo lo dico soprattutto per esperienza personale: c’è stato un periodo in cui sono caduta in questo tipo di ragionamenti e man mano andava tutto peggio. Ne sono uscita dicendo dei no altisonanti e guardando solo a dove volevo arrivare. Se può servirti … 😉

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Vale Marzo 22, 2014 - 4:22 pm

Eh, io sono il tipo che tende a vedere tutto nero (tipo: non riusciremo mai a spostarci da questo paese di ombra e odiatori di gatti) quindi sì: discorsi come questo sono balsamici! ^_^

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barbara Marzo 21, 2014 - 2:50 pm

Non c’è molto da aggiungere alle tue considerazioni. Pienamente condivise in ogni riga.
Io ancora sto con un piedino sulla ruota del criceto, ma manca poco… 😀

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Erbaviola Marzo 21, 2014 - 8:31 pm

ach, ho dovuto guardare la mail per vedere di quale Barbara si trattasse… te l’ho inserito io il sito, distrattona!
Intanto buona uscita dalla ruota del criceto… vorrà dire che appena tolto anche quel piede, se mi capita di passare da Roma in un giorno lavorativo, ti telefono per un caffé!

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Simona Marzo 21, 2014 - 4:17 pm

Grazie di questo post. Io sono ancora pienamente dentro questo sistema. Lavoro 10/12 ore al giorno perennemente attaccata al computer, vado in bagno 1 volta la mattina ed 1 il pomeriggio, occupo 90 minuti al giorno per andare e tornare dal lavoro con una macchina che mi costa solo di benzina 300 euro al mese, con uno stipendio basso (non da fame, ma basso) che non mi permette di arrivare allo stipendio successivo senza aiuti esterni ed occupandomi dalla mattina alla sera di risolvere problemi che vengono percepiti al pari delle carestie africane. Mi rendo conto che tutto ciò andrebbe almeno modificato se non stravolto, ma non sono in grado di farlo. Arrivo talmente sfinita a sera che non ho la forza fisica e mentale per “ripensarmi” o cambiare prospettiva. E più passa il tempo più l’energia e la voglia di fare/cambiare, viene meno… Già solo prendere 5 minuti per scrivere questo commento significa una mezzora in più stasera in ufficio. Ho lasciato Milano per “vivere in campagna”, ma se le dinamiche che ti porti dietro (lavoro fisso, stipendio sicuro ecc…) e quelle sociali in cui vivi, non cambiano, spostarsi in campagna serve a poco. Mi rendo conto della situazione quantomeno.

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Erbaviola Marzo 21, 2014 - 8:44 pm

Il ‘sistema’ non è detto che sia un male, per alcuni è positivo. Non va bene se lo percepisci solo come negativo. E’ vero che i giorni di lavoro sono tosti, ma esiste anche il fine settimana. A volte si fa l’errore di riempirlo con mille cose che in realtà non ci piacciono così tanto, solo perché l’alternativa sarebbe impegnarsi seriamente. Purtroppo il cambiamento richiede l’impegno, è difficile un cambiamento rose e fiori in cui non si deve fare nulla. Bisogna avere il tempo di piantare le rose e di annaffiare i fiori. 🙂 Ma ne parleremo di trovare questo tempo. Un abbraccio!

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Serenella Ibba Marzo 22, 2014 - 1:51 pm

Bello! “Credere nelle proprie idee ….Ignorare l’opinione di chi è negativo, di chi ti vuole ingabbiato per giustificare la sua permanenza sulla ruota del criceto” Bellissima!
Condivido in pieno! Giusto…..il cambiamento richiede impegno e fiducia in se stessi! Bisogna CREDERE di poter cambiare vita! Io lo sto facendo, gradatamente…ho ridotto le ore di lavoro, ho iniziato ad autoprodurre e a dedicarmi a ciò che mi piace fare…..orto, saponi, cucina, blog.
Grazie per questo post!
Buon fine settimana
Serena

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Erbaviola Marzo 24, 2014 - 8:31 pm

Grazie a te Serena per averlo raccontato! E’ bello sapere che queste scelte siamo in diversi a farle 🙂

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Daria Marzo 22, 2014 - 10:55 pm

Condivido in piano quanto scrivi e comprendo lo stato d’animo generato da questi luoghi di lavoro dove anch’io ho lavorato per vari anni prima di fare una decisa svolta lavorativa. E come te non ce la facevo più a reggere i tempi per raggiungere il luogo di lavoro, gli orari fissi e dettati da altri e il poco tempo che invece rimaneva per altre cose nelle quali avrei preferito passare il mio tempo. Nel mio caso “a darmi una svegliata” ci ha pensato la prima maternità dopo la quale ho deciso di passare alla libera professione in maniera seria e di organizzarmi in modo da poter mettermi dedicare veramente all’autoproduzione oltre che al lavoro. Decisamente il mio stile di vita è migliorato!

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Erbaviola Marzo 24, 2014 - 8:35 pm

Il tuo stile di vita è anche molto bello Daria! Scelta riuscitissima, quindi ^_^

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luby Marzo 24, 2014 - 8:24 am

pian pianino raggiungerò il tuo stesso obiettivo?
nata in città,casa al primo piano
trasferita in paesello,sempre al primo piano
tornata a vivere in città per amore,peggio al terzo piano
ora vivo attaccata ad un bosco ,lavoro a due minuti da casa giardino immenso

è fatica,sacrificio
ma la soddisfazione ed i tempo libero ripagano di tutto!
magari un giorno mi reinvento un lavoro in giardino anche io 🙂

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Erbaviola Marzo 24, 2014 - 8:37 pm

ma certo che sì! ma poi, con un lavoro a soli due minuti da casa, ti serve davvero una scrivania in giardino? 🙂 Non tutti abbiamo le stesse esigenze, le stesse mete e lavorare in proprio vuole anche dire un bel po’ di responsabilità e ansie. Tutto sommato, un lavoro a due minuti da casa sembra un’ottima soluzione 😉

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armilla Marzo 24, 2014 - 11:43 am

Lavoro come grafica e stamattina appena rientrata un ufficio, un po’ per caso sono finita su questa pagina.
sono pienamente d’accordo con tutto quello che hai scritto, alla fine del tuo post ero davanti al mac con gli occhi lucidi, lavoro da poco più di un anno ma sicuramente posso dire che non è la vita che vorrei fare. Amo il mio lavoro, ma i tempi di un’agenzia sono così stretti che non sono nemmeno mai soddisfatta di quello che facciamo, si poteva fare meglio avendo il tempo, si poteva riflettere di più.. ormai progettare non sappiamo nemmeno cosa sia, si passa dal brief al computer e si consegna in giornata.. L’ansia delle consegne e la poca soddisfazione per il risultato non sono capace di lasciarla in ufficio e alla fine anche quel poco di tempo libero che ho non riesce ad essere appagante come vorrei. Sto cercando di organizzarmi, lavorare per me, e trovare la forza/il coraggio di fare una scelta simile alla tua, sono tantissimi i dubbi, le paure, i giudizi che mi bloccano, ma spero di superarli. 🙂

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Simona Marzo 24, 2014 - 1:29 pm

interessante il tuo contributo Armilla.

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Erbaviola Marzo 24, 2014 - 8:47 pm

Sì Armilla, ti capisco benissimo ma questo ahimé oggi succede anche nella libera professione… spesso le tempistiche sono le stesse, si lavora anche il 50% in più di dieci anni fa per arrivare quasi agli stessi risultati e ovviamente tutta la fase di progettazione si perde, la qualità cala. Poi ci sono anche lavori per cui ci si riesce a ritagliare del tempo e farli degnamente, magari con un cliente che predilige la qualità e l’originalità rispetto alla consegna veloce… ma sono ancora rari. Secondo me il vincolo maggiore oggi è che dovendo pagare in tasse il 60% di quello che si fattura, si passano in pratica 7 mesi l’anno a lavorare per lo stato. La conseguenza è che bisogna aumentare la quantità, neanche fosse una catena di montaggio. E non parlo poi della concorrenza che per disperazione accetta anche lavori in perdita pur di restare aperti… abbassando di conseguenza i prezzi di tutti!
Insomma, qualche problema anche nella libera professione c’è… forse forse se tornassi a 5 anni fa (ultimo cambio zona), sapendo come si va a finire sceglierei una zona all’estero, non in Italia. Lavorare da autonomi o da imprenditori in Italia sta diventando impossibile e fallimentare.
Non voglio scoraggiarti eh, anzi! 🙂 Dico solo che forse è davvero necessario, se si passa alla libera professione, aprire in un altro paese europeo. Io oggi farei così… e francamente ci sto anche pensando. Sono passata dal dovermi sfiancare per un’azienda a dover mantenere quella torma di nullafacenti in auto blu… qui ogni volta che son senza soldi si alzano le tasse alle imprese e si aumenta la benzina. Tanto per darvi un parametro: in UK si paga il 33% e ai mutui accedono anche single e coppie di fatto di liberi professionisti. Da noi è utopia, se sei una partita iva sei la feccia per le banche.
Tutte cose da considerare prima… 😉

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mauri Marzo 24, 2014 - 4:07 pm

Namastè Grazia,
non inserisco codice in quanto non ho idea se l’interruzione di pagina viene interpretata correttamente e quindi sarebbe inestetico vedere dei “” qua e là. Sono giunto, nella tua dimora grazie alla segnalazione dell’Amica di blog Patricia Moll che salvo non si chiami nella realtà con un diverso nome non ho notato fra i commenti.
Mi ritengo un fortunato, ragionando ora con il “senno di poi” in quanto per recarmi al lavoro devo scendere semplicemente una scala abitando di sopra. Non dico che mi sia stato imposto, ma i programmi a suo tempo erano ben altri e probabilmente il primo errore lo fecero i miei fidandosi dell’errato consiglio classista di un Sacerdote Amico di mio Padre. Intrapresi studi tecnici, pur eccellendo in lettere e latino in quanto a quanto pare più confacente al Figlio di un Artigiano rispetto agli studi umanistici che consigliavano gli altri docenti. E poi, se avessi smesso avrei avuto un diploma al contrario di un liceo…il famoso “pezzo di carta” che a quei tempi valeva ancora qualcosa o quanto meno quando iniziai le superiori. Poi, accadde che in II perito, mio Papà accanito fumatore fece il primo infarto ma almeno smise di ammorbare l’aria di fumo…
Come specializzazione del triennio, intrapresi Meccanica e nel frattempo ebbi alcuni professori che insegnavano solo per avere il tempo di esercitare un secondo lavoro e persi l’interesse nel continuare o meglio l’idea era che avrei potuto riprendere successivamente dopo il diploma a frequentare un corso universitario. L’azienda c’era, ed erano anni che si guadagnava ancora bene e quindi decisi di continuare quella che era la passione di mio Papà in quanto le mie estati le avevo già passate a sporcarmi le mani.
Ora, mi ritrovo che ad esempio il mio coetaneo che era stato nostro apprendista essendo entrato nella Polizia di Stato, è già andato in pensione sfruttando una normativa che ogni 5 anni permetteva dei bonus mentre Io avendo studiato se tutto va bene avrò tale possibilità fra 9 circa. Ma ad esempio, mi sono talmente abituato alla luminosità e alla possibilità di vedere cosa accade fuori che quando vado in un capannone industriali di qualche Collega mi trovo a disagio pur non avendo la possibilità di alzare i mezzi oltre ad una certa altezza. Sono Libero, non totalmente avendo tanti “padroni” ma ad esempio ora in una pausa di lavoro sto facendo una cosa che mi piace e pur dovendomi privare di lussi irrinunciabili per altri (leggi ferie, orario fisso…) mi rammarica solo che quando avrebbe potuto godersi il tempo disponibile mio Papà sia mancato lasciando un grande vuoto.
Tornerò, a trovarti e se un giorno scoprirò che avrai fatto anche Tu altrettanto sarò ben lieto di accoglierti nei miei due piccoli angolini virtuali. 🙂 Mauri

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Erbaviola Maggio 4, 2014 - 4:15 pm

Ciao Mauri, benvenuto 🙂 No, non conosco la tua amica, non mi pare almeno… magari mi sbaglio.
Io sono convinta che tutti i percorsi siano utili e lo siano di più se non vengono affrontati con superficialità. A volte invidio anche io chi è andato in pensione a 40 anni, un lusso di 30-40 anni fa credo. Però la maggior parte di loro si è tascinato nella noia e in occupazioni insignificanti, ha solo aumentato il pubblico delle trasmissioni pomeridiane e quello degli arredi da bar. Poche persone hanno sfruttato questa possibilità come farei io con un’occasione del genere, ma mi chiedo poi, onestamente, se senza lavoro, senza necessità di risolvere alcuni problemi, resterei così curiosa e sveglia. A vederla da qui, dal mondo di chi lavora ancora, mi sembra un’utopia poter avere tutto quel tempo per sviluppare tutti i miei interessi. Ma magari quel tempo lo trovo comunque e intanto vivo, non ha molto senso farsi domande sulle alternative del passato perché ormai le scelte sono state fatte, diventa solo una sottrazione di tempo per il presente e il futuro. 🙂

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Debora Marzo 25, 2014 - 1:19 pm

tu apri gli occhi con l’apriscatole, così.. con cifre e numeri di cui uno può percepire la grandezza ma che può comunque continuare bellamente ad ignorare.
Più leggo quello che scrivi e più mi avvicino al punto di rottura.

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Erbaviola Maggio 4, 2014 - 4:04 pm

Spero in senso positivo Debora 🙂

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Isa Marzo 25, 2014 - 2:28 pm

Come capisco quello che scrivi … L’inizio del cambiamento per me è iniziato con l’arrivo della mia prima figlia: ho chiesto il part-time (2008) che mi hanno concesso subito! Un anno fa arriva la mia seconda figlia e chiedo il trasferimento vicino a casa (avuto in 9 mesi). Ora vado a lavorare in bici, 3 min circa rispetto a prima, 40 min andata più 40 ritorno con i mezzi pubblici! Passaggio non facile perchè il lavoro che faccio non centra nulla con la mia laurea, ma ritengo anche questo solo un lavoro temporaneo! Per il resto come cambiamenti sono un p0′ bloccata: vorrei riuscire ad autoprodurmi buona parte di quello che serve in famiglia ma per ora non riesco … stanchezza, stupide paure di non riuscire e purtroppo la paura del giudizio degli altri!
Complimenti sei una donna dotata di grande forza, ti leggo da tempo … grazie, Isa.

Reply
Erbaviola Maggio 4, 2014 - 4:18 pm

ciao Isa, alla fine mi pare si riconduca tutto al giudizio degli altri, sbaglio? Lo so che non è facile, ma puoi cominciare a ignorarlo per le cose che riguardano solo te. Autoprodurre solo per te: dei muffin per uno spuntino, dei biscotti, qualche sapone o detersivo per la casa. Una cosa che sai solo tu, senza bisogno di grandi proclami e di dirlo a tutti. E poi, una torta per la colazione è sempre stata accolta da tutti con favore 😉 Un abbraccio e buon cammino!

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