COME RESTAURARE UN VECCHIO BAULE – Seconda parte

da GRAZIA CACCIOLA
il baule carteggiato completamente

baule con i pesi per prendere forma

Eravamo rimasti a questa immagine sopra, il baule con i pesi, alla fine della prima parte e del primo pomeriggio passato a restaurare. E’ passata la notte, il baule si è asciugato del tutto e l’ho riportato fuori con le assi superiori perfettamente in forma e aderenti alle sponde laterali, come si vede dalla foto sotto.

il baule decapato pronto per la carteggiatura

Come si vede dalla foto, lo sverniciatore non è stato sufficiente a togliere tutti gli strati vecchi di vernici marrone, così si sono rese necessarie un paio di passate di carta vetrata, cominciando con quella a grana media. Solo a questo punto, prima di carteggiare, ho tolto maniglie e viti originali. In questo modo, ho evitato che i buchi delle viti si deformassero a causa dell’umidità provocata dal lavaggio dello sverniciatore e successivamente della piegatura a vapore dei legni superiori (vedi prima parte).

maniglie e viti, divise in scatole diverse

Una cosa che faccio sempre in questi casi è di togliere una maniglia per volta e raccoglierla insieme alle sue viti in una scatolina. Poi altra scatola, altra maniglia e altre viti. Questo evita di passare ore, rimontando, a trovare la vite giusta o a spannare inutilmente i buchi, soprattutto con vecchie viti e maniglie forgiate a mano che non hanno la stessa precisione millesimale nei buchi rispetto a quelle moderne. Queste maniglie, per esempio, differiscono di pochi millimetri una dall’altra. Qui son solo due quindi non un grande lavoro, ma vi assicuro che tenere questa abitudine sempre aiuta quando si restaurano comò con 6-8 maniglie o cassettiere piene di pomelli e serrature.

carteggiatura con carta vetrata fine

Seconda passata di carteggiatura con carta vetrata finissima, in modo da levigare bene alcune parti scheggiate e spigoli vivi. Ho insistito il più possibile ma la maledetta vernice marrone era stata in parte assorbita dal legno, ho optato quindi per una finitura più rustica, che si adatta meglio anche al baule e al suo uso originario.

 

il baule carteggiato completamente

Premessa a questa foto: lo so che alcune amanti dello stile shabby chic lo terrebbero così, un perfetto baule shabby. Sono gusti, se vi piace, il vostro restauro è finito qui. Io in questo caso, volendo tenerlo con un aspetto decapé ma protetto, utilizzerei prima un antitarlo ecologico (vedi sotto) e una volta asciutto farei una passata di cera delicata e una di cera decorativa bianca. Visto che nei commenti della prima parte mi avete chiesto i nomi specifici degli sverniciatori ecologici, mi porto avanti con il lavoro: se non siete contrari a usare la cera d’api, l’abbinamento migliore qui è una passata di Cera Delicata Novecento trasparente e poi una passata di Cera decorativa bianca della stessa marca, che dà un bellissimo effetto cérusé.

Se invece siete contrari all’uso della cera d’api perché di origine animale, l’unica soluzione è usare della cera di soia biologica diluita con poco burro di karité. Per la colorazione bianco opaco si potrebbe usare un pigmento naturale, ma non avendo mai fatto test in questo senso non mi sento di dare consigli. La cera di soia, però, va data in strati leggerissimi, giusto una velatura, altrimenti ci mette troppo ad asciugare essendo più oleosa della cera d’api. Per questo motivo però io la trovo fantastica, per esempio, per nutrire vecchi mobili molto molto secchi magari per via di permanenza in ambienti troppo riscaldati. (Per la cera di soia non so darvi marche, procurarsela in Italia è come sempre un’impresa e ogni volta che torno a comprarla sono cambiate le marche e i produttori/importatori).

Se invece volete proseguire con me con un restauro filologico del baule, siamo solo a fine carteggiatura, con le assi ben posizionate, la fenditura superiore quasi del tutto chiusa. Permane però il problema della spaccatura davanti. Dovendo mettere delle doghine nuove, ho optato per mettere prima la doga e poi riempire lo spazio tra doga e legno danneggiato con della pasta di legno neutra (vedi di seguito).
Un altro sistema è quello di rimuovere totalmente l’asse di legno e sostituirlo con uno nuovo, in questo caso sarebbe addirittura meglio rimuovere entrambi le assi in modo da rendere il coperchio uniforme. Io però sono di un’altra scuola di pensiero: se il danno è minimo, non vale la pena di perdere il pezzo originale. Così preferisco riparare, piuttosto che mettere due assi nuove.

realizzazione delle piccole doghe per la parte superiore

Ed eccoci al lavoro micragnoso: fare lo doghe e metterle in forma. Cominciamo dal farle. Ho comprato dei bordini piatti da una parte (quella che deve aderire) e bombati superiormente, in un negozio di edilizia. Sono in legno di pioppo, al naturale. Sono più versatili perché si possono piegare facilmente con la tecnica della piegatura a vapore. Controindicazione: nel taglio si scheggiano facilmente perché è un legno piuttosto tenero. Ne ho tagliate 5 dell’esatta misura, posizionandole direttamente sul baule. L’esperienza insegna, con i mobili d’epoca, che le misure prese con i centimetri fanno fare errori frequenti, mentre un procedimento empirico tipo posiziona la doga – fai il segno a matita – taglia e usa la doga per l’esatto punto per cui l’hai tagliata è il migliore. Pensate di prendere le misure di una sola e tagliare le altre di conseguenza? Non fatelo, almeno un paio risulteranno o troppo lunghe o troppo corte di qualche millimetro. Una volta tagliate con il seghetto, ho stondato tutte le parti finali a mano, con la carta vetrata… lavoro micragnosissimo, ma che alla fine rende in estetica, perché sembreranno doghe originali, un po’ consumate dall’uso sulla parte esterna.

piegatura a vapore delle doghe per aderire alla parte superiore

E poi via con l’ultima parte del lavoro micragnoso: inchiodatura e piegatura a vapore. Procedendo così: posizionare la doga, fermare con pesi e sparare il vapore. Aspettare una mezz’ora che asciugi e sollevarla, inchiodare con chiodini a doppia punta solo da sotto, rimettere i pesi, sparare di nuovo il vapore e lasciare in posa un’altra mezz’ora. Un lavoro noiosissimo, lunghissimo, ma da fare.
Perché non usare la colla? Perché è, appunto, un restauro filologico: per queste doghine si usavano i chiodini, spesso anche a vista, non la colla. La colla da restauro o da falegnameria, tra l’altro è solo di due tipi: quella sintetica, che io uso il meno possibile sebbene esista qualche versione ecologica. Oppure la classica colla a caldo da falegname, che è fatta con ossa animali: ma io non uso prodotti che comportino l’uccisione di animali, ci sono moltissime alternative meno cruente, siamo nel 2014 e sarebbe ora di lasciarci alle spalle il medioevo.

riempimento solo di buchi grandi con pasta di legno neutra

Intanto che aspettavo l’asciugatura dei vari passaggi sopra per le doghe, ho riempito i buchi che avevo scoperto sverniciando (vedi prima parte). Ho utilizzato uno stucco per legno ecologico, detto anche pasta di legno, di colore neutro. Ci sono anche già colorati dell’essenza su cui si lavora ma per mia esperienza anche quelli già colorati vanno miscelati tra loro per raggiungere il colore ideale del legno su cui si lavora. Siccome io non faccio restauri per professione ma solo per diletto, non posso tenere venti vasetti diversi di paste di legno (tra l’altro quelle eco tendono a seccare in fretta). Allora uso quella neutra e per la colorazione uso i pigmenti naturali (vedi terza parte). Visto che qui dovevo dare colore a tutto il mobile, la cui patina era stata rovinata da questa terribile vernice marrone, ho applicato direttamente la pasta di legno e poi ho colorato tutto insieme una volta asciutto. In questo caso ho utilizzato l’Ecostucco per legno della Borma Wachs. Secondo lo stucco per legno è uno dei prodotti da restauro su cui bisogna stare più attenti: spesso contiene solventi, colle, siliconi vari che oltre ad essere nocivi per la salute non hanno una tenuta ideale sui legni antichi.

doghe attaccate con chiodini a doppia punta

Con lo stesso stucco per legno ho chiuso anche le fessure di alcuni incastri a coda di rondine laterali e quel poco che rimaneva della fessura superiore tra le due assi del coperchio. Adesso l’adesione è perfetta: assi, coperchio, incastri non presentano più fessure.

è il momento dell'antitarlo naturale per preservare tutte le parti, anche quelle nuove

Ultima tappa del pomeriggio: una passata di antitarlo ecologico. Il mobile presentava solo vecchi buchi, di tarli non ce n’erano (si saranno schifati anche loro della vernice marrone! 😉  ) ma è il caso di proteggerlo per il futuro rendendolo poco appetibile agli insetti che amano divorare il legno. In case come la mia, con tanti mobili in legno e un passaggio quotidiano di legna per il riscaldamento durante l’inverno, se non si usa l’antitarlo si rischia di ritrovarsi con dei mucchietti di segatura al posto dei mobili. Secondo me usare un prodotto ecologico, in questo caso, è fondamentale: quello che mettiamo lo respiriamo anche noi, per un tempo piuttosto lungo. Quindi niente solventi chimici ma solo prodotti a base di oli essenziali che contrastano la voglia dei tarli di mangiarsi i mobili. Premetto che in passato ho provato a autoprodurre l’antitarlo naturale ma ho avuto pessimi risultati, forse perché qui i tarli sono particolarmente voraci. Forse va bene solo per case di città, in campagna/montagna bisogna ripassarli due volte l’anno, rifacendo poi la finitura del mobile… grazie, ho altri interessi nella vita, ci sono casi in cui l’autoproduzione ha dei limiti. Per questi lavori io di solito uso il Matador della Durga, a base minerale e vegetale. Ce ne sono altri buoni in commercio ma mi preme un suggerimento: diffidate sempre di chi non dice cosa c’è dentro.
Ogni prodotto deve avere una scheda tecnica visibile al pubblico che deve riportare: aspetto del prodotto, composizione (componenti principali, non solo “non contiene petrolati” o cose vaghe tipo “a base naturale“, “ricetta segreta” ecc. ), dosi di impiego, diluizione. Se queste indicazioni mancano, non è una scheda tecnica ma solo una presentazione marketing del prodotto, totalmente inutile per capire se è bene usarlo o no.

L’antitarlo ecologico va lasciato asciugare per tutta la notte, in ambiente areato in cui non soggiornano persone e animali. Se lo lasciate all’esterno, come ho fatto io, è meglio coprirlo e fasciarlo con un telo di plastica, in modo che gli oli essenziali si concentrino e non evaporino velocemente.

La guida completa:
Come restaurare un vecchio baule – Prima parte
Come restaurare un vecchio baule – Seconda parte, questa pagina.
Come restaurare un vecchio baule – Terza e ultima parte

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9 Commenti

COME RESTAURARE UN VECCHIO BAULE – Prima parte » Erbaviola.com - Grazia Cacciola Marzo 2, 2014 - 4:14 pm

[…] Come restaurare un vecchio baule – Parte 2 […]

Reply
Chiarina-ina Marzo 2, 2014 - 6:41 pm

Cara Grazia, ti voglio ringraziare tanto per questo post (non osavo confrontarmi con una vecchia libreria bassa, bellissima ma orribilmente dipinta di vernice marrone!) e anche per il tuo libro su autoproduzione e downshifting, a cui mi sto molto affidando per delle dritte visto che tra pochi mesi (finalmente) anche io e mio marito andremo a vivere in campagna!

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Erbaviola Marzo 3, 2014 - 11:12 am

Ciao Chiarina-ina, intanto buon tutto per la vostra nuova avventura!!! Se deciderai di affrontare la vecchia libreria, spero davvero che questa guida sia sufficiente una volta terminata, altrimenti… io sono sempre qui 😉

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FRA Marzo 3, 2014 - 11:13 am

Grazie per la citazione e …. questo Matador… non lo conoscevo proprio.

Ma funziona davvero quell’ antitarlo che antitarlo non è?
No perchè se non contiene la permetrina…..cioè il veleno…
come fa ad uccidere i tarli?
Davvero gli olii essenziali possono farli fuori o li tengono semplicemente lontani?
Questa sarebbe una vera rivelazione per me….
😉
Fra

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Erbaviola Marzo 3, 2014 - 11:48 am

Ciao Fra, solo una citazioncina, in realtà ho un lavorone che pubblicherò prossimamente che invece è stato fatto tutto con i prodotti Novecento 😛 ..sono novecento-dipendente, si sa, ma d’altra parte sono proprio tra i migliori. Per la permetrina: ci sono due tipi di intervento e due scuole di pensiero. La prima, classica, sostiene che bisogna uccidere i tarli. Diciamo che oltre ad essere un procedimento un po’ troppo cruento, è solo temporaneo: i tarli tornano e come sai alcune famiglie sono ormai resistenti anche alla permetrina.
L’altra scuola di pensiero, che è quella che seguo io e con cui mi trovo benissimo da tanti anni, sostiene invece l’inutilità di uccidere i tarli, visto che fanno parte dell’ecosistema e visto che hanno un ruolo importante nel mantenimento delle aree boschive. Oltretutto questo tipo di antitarlo è pesantemente inquinante e particolarmente tossico anche per l’uomo.
Allora si agisce in un altro modo: rendendogli disgustoso il legno, addirittura repellente, in modo che si dirigano spontaneamente altrove. Gli antitarli a base di oli essenziali agiscono in questo modo. Io ho provato a farmene da sola alcuni negli anni, ma l’uso esclusivo degli oli essenziali non funziona con tutte le famiglie di tarli: bisogna usare anche (almeno) dei sali borici. Dopo un po’ di esperimenti e l’aver chiazzato orrendamente un’anta, ho deciso che la mia autoproduzione nel campo era giunta alla fine. Adesso uso questo prodotto e devo dire che mi trovo bene, ma non è l’unico, esistono formulazioni simili in altri prodotti.

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Erbaviola Marzo 3, 2014 - 11:51 am

aggiungo: conta che io vivo in mezzo a un bosco, con la legnaia aperta sotto casa e legna che entra tutti i giorni per il riscaldamento… tarli ce ne sono nella legnaia, ma nei mobili non vanno. Se funziona con me, dovrebbe essere la prova definitiva 😉

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Cristina B. Marzo 3, 2014 - 10:36 pm

Ciao Grazia, sei davvero eccezionale!!Per me e Marito che abbiamo salvato dal fuoco e dalla spazzatura dei mobili favolosi ed unici (l’ultimo è la parte inferiore di un mobile da toeletta, credo sia degli anni ’50 circa, pronto per la discarica) il tuo post è davvero una lezione di restauro eco-compatibile!Grazie mille!!

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chiara Marzo 14, 2014 - 11:28 am

Ciao Grazia,
il tuo post è interessantissimo (ma trovo interessante praticamente tutto quello che scrivi), e, come al solito, molto concreto. Ti volevo chiedere come fare ad acquisire da autodidatta queste conoscenze e competenze sul restauro. Hai dei testi, pratiche, suggerimenti, esperienze personali da consigliarmi? Tu come hai fatto? Mi piacciono molto il legno e i lavori manuali, vorrei provare a sistemare per casa qualche mobile, in modo ecologico ovviamente.
Grazie.
Chiara.

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Manuela Agosto 22, 2014 - 1:02 pm

ciao Grazia, bellissimo il tuo baule restaurato! Ne ho uno praticamente identico ma messo un po’ meglio che vorrei lasciare il più naturale possibile, dopo la scartavetrata. Posso mettere dopo l’antitarlo a pennello una vernice trasparente e protettiva? Mi consigli l’uso della cera?a quale punto dei passaggi? Sarebbe la prima volta che mi cimento in un restauro, attendo con ansia la tua risposta grazie!!!

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